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E’ il 22 dicembre 1990. E’ una giornata grigia. Tono del grigio: Napoli sotto Natale. Temperatura: 18°. Mauro è venuto a prendermi a scuola. Salvo ciao, non ha detto nulla. Sono salita sulla moto e siamo sfrecciati via. Non ha salutato i miei compagni di classe. Per lui quelli del Vomero Alto sono di Marte. Da dove venga lui (Urano, Nettuno, Plutone?), del resto, non è dato saperlo. Che scuola frequenti e che anno sono altrettanti motivi di imbarazzo. Di lui so soltanto che sembra un angelo. Mia madre, che è famosa per il suo tatto, l’altro giorno mi ha detto che non si spiega come uno così bello possa stare con me. In effetti Mauro è pazzo di me. Anche se a volte penso che sia pazzo e punto.
Niente traffico a quest’ora giù per i Colli Aminei. In dieci minuti siamo arrivati a Santa Teresa degli Scalzi. Nel vicolo il solito cumulo di spazzatura alto tre metri. Sul muro un manifesto di Nelson Mandela. Nella guardiola, il portiere, che mi ha dato dieci lire per l’ascensore.
- Signorì, una cartolina per vostra sorella Daniela
- Grazie, Don Mario. E’ già tornato mio padre?
- Nossignore. Il dottore non è ancora rientrato
Mauro mi ha seguito per il corridoio. Gli ho indicato la mattonella che ricorda la forma di una bottiglia. Mi ha guardato con tristezza. Gli ho indicato un’altra mattonella a forma di cucchiaio. Mi ha spinto contro il muro e mi ha infilato una mano sotto il golf. Ci siamo baciati. Un minuto dopo abbiamo smesso. Aveva un’aria da vecchio. Ho messo giù il libro di geografia astronomica. Ho aperto la borsa e ho tirato fuori un pacchetto.
- Ti ho comprato un regalo
- Non dovevi
- Però volevo
- Odio i regali
- Che stupidaggine
Mauro l’ho conosciuto l’estate scorsa in Calabria. Ogni pomeriggio mentre dormivo lui scavalcava il cancello. Aprivo gli occhi e lo trovavo lì seduto sul davanzale. Stava zitto oppure parlava troppo. In breve aveva conosciuto tutta la mia famiglia. Una volta insistette per aiutare mio zio a tagliare un pino. Mio padre teneva in mano la sega a nastro e lo guardava di traverso. Alla fine, però, gli rivolse la parola. In breve fece amicizia anche con Francesco, che è tuttora il mio migliore amico.
Di sera Mauro veniva a prendermi in moto e andavamo in piazzetta. Oppure andavamo alla scogliera. Un pomeriggio non venne. Rimasi ad aspettarlo. Non venne nemmeno il pomeriggio dopo. Decisi di andare con Francesco in paese con la scusa di comprare un libro. Sapevamo solo che abitava vicino alla stazione, speravamo di incontrarlo. Non lo incontrammo. Comprai Buongiorno tristezza, di Françoise Sagan. Il pomeriggio seguente stavo leggendo quando sentii un rumore in giardino. Disse che in quei tre giorni non si era fatto vedere perché si sentiva brutto.
- Devo parlarti, dice Mauro con l’aria da vecchio che gli ha messo il Natale.
- Parla pure, ti ascolto
- Non ce la faccio a stare con te
- Che vuol dire che non ce la fai?
- Non riesco ad amarti quanto vorrei
- Ah ecco. E allora che vuoi fare?
- Voglio stare da solo e pensarci su
- Va bene. Stai da solo e pensaci su
- Ma ho anche paura di dimenticarti
- Mauro tu dici così ogni settimana
- E’ che volevo un bambino, lo sai
- Ancora con questa storia del bambino?
Finalmente ha sorriso. Mi ha baciato sulle labbra poi se ne è andato camminando come in chiesa, senza mai voltarmi le spalle.
- Grazie del regalo
- Aprilo a Natale, però.
Sono entrata in ascensore e ho pensato a quello che mi piace di Mauro. Mi piacciono, nell’ordine, la moto enduro, i capelli lunghi e biondi, gli occhi verdi. Per quanto assurda mi piace anche questa storia che vuole un bambino. Credo che non ci sia altro.
Sul pianerottolo ho incrociato il dottor Lanzano che andava alla mutua. Aveva un colorito grigio come il Natale a Napoli.
- Buongiorno, Dottore
- Che eleganza. Da dove vieni?
- Era l’ultimo giorno di scuola
- Eh, ai miei tempi si portava il grembiule!
Mi è venuta in mente la nonna Anna, mia nonna materna. Lei racconta che quando le sue cinque figlie andavano alle superiori i professori la mandavano a chiamare perché, dicevano, le ragazze vestivano con troppo lusso. Mia nonna spiegava che suo marito era artigiano e, insomma, altro che lusso. Il fatto era che le ragazze si facevano i vestiti con i cartamodelli, si mettevano a turno il suo collier a forma di vipera e l’anello di fidanzamento, si stiravano i capelli con il ferro e, di nascosto, si truccavano gli occhi con la liquirizia. Lei, insomma, le educava all’austerità ma loro si arrangiavano come potevano. Che poi era vero fino a un certo punto. Mia madre, per dire, ha una fotografia di mia nonna in cui porta un bellissimo mantello e un paio di sandali con la zeppa dove aveva fatto incollare dal calzolaio un punto interrogativo di pelle. E’ del 1945, era appena finita la guerra.
Dieci minuti dopo che avevo bussato al campanello mi ha aperto Ornella. Tra due giorni compie nove anni e ha ancora difficoltà a spingere giù la maniglia. Non l’ho nemmeno guardata e sono andata diretta in camera mia. Ho buttato la giacca sul letto. Ho preso un pennarello e ho scritto ‘fine della storia con M.’ sul calendario. Ho preso il diario e mi sono seduta alla scrivania.
In quel momento è entrata Daniela. Portava la solita vestaglia, aveva le unghie smaltate e la coda di cavallo. Stava filmando con la telecamera. Ho nascosto il diario in un cassetto. Le ho detto di andarsene e soprattutto di non riprendermi. Lei si è sdraiata sul letto, i piedi sopra la giacca. Recitava un brano de Le Voci di dentro di Eduardo De Filippo (quello del sogno). Allora le ho preso la telecamera.
- Cosa pensano gli adolescenti degli Anni Novanta. La parola a Daniela
- Sono un’adolescente degli Anni Ottanta, altro che Anni Novanta
- Mi dispiace per te. Siamo nel 1990 e tu hai ancora quindici anni
- Nel 1987 ero dark, nel 1988 new wave. E ho già avuto 21 ragazzi
- Fabio Savino non lo definirei proprio un ragazzo. Avrà trent’anni
- Ventiquattro a febbraio. Ma parliamo di Mauro Sollazzi
- Mauro ha soltanto un anno più di me
- E’ vecchio dentro. Stravecchio
- E comunque ci siamo lasciati
- Sì, per la centesima volta
- Questa volta è per sempre
Ornella è venuta a bussare per avvisarci che era pronto in tavola. Sono andata a lavarmi le mani. Dal bagno ho sentito la sigla di Quando si ama. Ho sentito Daniela lamentarsi perché era stufa di mangiare ogni giorno pasta e lenticchie. Mia madre assicurava che non ci aveva messo l’aglio.
Sono andata a chiamare Agnese che stava nello studio di mio padre.
- Allora sei tornata
- Se mi vedi vuol dire che sono tornata
- Sei di cattivo umore. Hai litigato con Mauro
- Figurati. Tu, piuttosto, che stai facendo?
- Che sto facendo? Sto facendo un centrino
- Se è per il mio corredo ti ho già detto che non mi serve
- E quando ti sposerai come farai?
- Nonna, rassegnati, non mi sposerò mai
- E che farai? Ti metterai a convivere?
- Neanche. Voglio vivere da sola
- Ma se non sai rifarti neanche il letto
- Avrò una donna di servizio
- Ti servono un sacco di soldi
- Tu mi lascerai un’eredità
- Povera me, da piccola dicevi che da morta mi avresti messo in naftalina
- E infatti, ti ci metterò. Ora però andiamo a mangiare
A casa nostra si vive come nel Dopoguerra. Mia madre cucina la minestra ogni giorno dell’anno. Se non è pasta è lenticchie è pasta e fagioli o pasta e ceci o riso e verza o pasta e patate o, quando va peggio, pasta e cavolfiori. Il pane è quello cafone. Il frigorifero non contiene succhi di frutta né bevande gassate. La credenza, salvo quando viene a trovarci Agnese, non contiene né dolci né merendine.
Ho tirato su quattro o cinque cucchiai, poi ho trovato uno spicchio d’aglio.
- Potresti almeno toglierlo dai nostri piatti
- L’aglio fa bene. Soprattutto a te che sei pelle e ossa
- Capirai. Cento grammi di aglio non sono nemmeno 50 calorie
- Roberta, o ti mangi questa minestra o ti butti dalla finestra
- Scelgo la finestra ma prima che muoia sappi che odio l’aglio
Ornella che dice una parola al giorno a questo punto ha ripetuto che anche lei odiava l’aglio. Agnese ha cominciato a soffiare sulla minestra in segno di tacita protesta contro la nuora. Daniela si è alzata in piedi sulla sedia e ha cominciato a cantare un inno contro l’aglio. Mia madre, puntuale come le campane della chiesa di San Vincenzo alla Sanità, ha dunque attaccato un classico del suo repertorio, che poi è quel monologo su noi tre che siamo grandi e che non sappiamo fare niente, né rifare il letto, né sparecchiare, e figuriamoci lavare i piatti o i pavimenti, e che fosse per noi - e, sottinteso, per mia nonna paterna - vivremmo nel disordine e mangeremmo soltanto merendine. Avrei potuto facilmente replicare che Agnese a casa sua cucina le stesse minestre ma molto più buone perché ha la pazienza di tritare finemente gli odori. Mia nonna, d’altra parte, in tavola serve soltanto rosette e non il pane cafone che mangiamo noi. Che poi è anche stantio perché mia madre, che pure vanta di essere un Nobel dell’economia domestica, è solita congelare il pane fresco per consumare continuamente quello scongelato di due giorni prima.
Non ho aperto bocca. Piuttosto ho guardato l’ora. Infatti, di qualunque grado e natura sia l’accesso di collera di mia madre, si conclude sempre al termine della puntata di Quando si ama (soprattutto se era una di quelle imperdibili). Dopo diventa la madre più altruista e pratica di questo mondo (n.b. non serve avere buoni sentimenti se non si è capaci di metterli in pratica).
A ogni modo avevamo davanti mezz’ora di monologo quando hanno suonato alla porta. Era Susy, la vicina del piano di sotto. Tornava dal Borgo dove aveva comprato beni di prima e seconda necessità. Sono andata a prendere la telecamera.
- Cosa pensano le casalinghe degli Anni Novanta. La parola a Susy
- Cosa pensano le casalinghe? Pensano che i prezzi sono alti
- Prego, mostri ai nostri telespettatori cosa ha comprato
- Abbiamo due pullover di Krizia, tre chili di vongole…
- Insomma alla sua famiglia non fa mancare niente
- Diciamo che so spendere. Nel Borgo si fanno ancora degli affari
- Lei, per esempio, quanto ha speso per la cena della Vigilia?
- E che vi devo dire. Tra i frutti di mare, l’insalata russa, l’insalata di rinforzo, il baccalà fritto, e poi la cassata, i raffioli, i roccocò, la frutta secca, lo spumante, eccetera se ne sono andate almeno duecentomila lire.
Mia madre dice che sono pelle e ossa. Esagera, sono normale (52 kg per 170 cm). A Natale però dimagrisco. Di fatto sono una delle poche persone al mondo che dimagriscono durante le feste natalizie (almeno nei paesi sviluppati e sempre che Napoli non sia da considerarsi terzo mondo). Il problema è che non mi piace il pesce e non mi piace nemmeno la carne. Ho giurato che appena compirò diciotto anni diventerò vegetariana. Più in generale non capisco proprio perché due casalinghe oculate come mia madre e Susy continuano a investire tempo e soldi in pranzi natalizi. Che poi con questa storia che è il compleanno di Ornella i parenti vengono ogni volta da noi e mia madre deve cominciare un mese prima a fare la spola con il Borgo per congelare il necessario. Mio padre grazie a Dio è figlio unico. Le mie quattro zie però sono ipercritiche e non ricordo un solo anno in cui abbiano detto una parola buona sul pranzo e sulla nostra famiglia. La verità è che sono invidiose perché loro hanno figli maschi e i figli maschi, come dice mia nonna paterna, sono una maledizione. In questo senso le capisco. Se la prendano pure con me e Daniela. L’importante è che non tocchino Ornella.
A proposito di Ornella, mi rendo conto di essere a casa da più di un’ora e di non averla ancora guardata in faccia. Ha approfittato della visita per andarsene in camera sua. Mia sorella alla mondanità preferisce la clausura.
- Ornella?
- Che c’è?
- Che fai?
- Leggo la Bibbia a fumetti
- Non l’avevi già letta?
- Sì, ma il nuovo numero non è ancora uscito
- Se vuoi ti accompagno all’edicola a vedere
- Veramente?
- Veramente
Ornella ha una faccia così tonda che sembra disegnata col compasso e la pelle talmente trasparente che si vedono le vene. Quando è nervosa si tira le sopracciglia e perciò ne ha una più corta dell’altra. Dicono che mi somiglia ma è più bella e più buona. Ornella, secondo me e Daniela, è destinata a diventare santa. Per cominciare è l’unica della famiglia che ogni domenica va a messa. Agnese, che pure fa tanti discorsi sulla necessità di arrivare caste al matrimonio, spesso trova una scusa qualunque e non ci va. Mia sorella invece ci va anche al sabato con Emira, la sua migliore amica, che è identica a lei solo che ha i capelli rossi. Naturalmente non è solo per questo che è destinata alla santità. Ornella se la guardi con uno sguardo non dico severo ma solo fermo scoppia in lacrime. E’ troppo sensibile. Non a caso è nata la Vigilia di Natale, non a mezzanotte ma a mezzogiorno. Quando è nata è stato il più bel Natale della mia vita anche perché stavo a casa con Agnese e Daniela senza altri parenti.
Ornella si è infilata la giacca grigia. Le ho dato due schiaffetti perché era pallida. Abbiamo preso l’ascensore, abbiamo attraversato il corridoio. Si è fermata davanti alla mattonella a forma di cucchiaio. L’ho guardata con tristezza. Lei è andata ancora avanti fino a quella a forma di bottiglia. Allora le ho preso la mano e siamo corse via.
Piccole donne ‘90 di Robba