benritrovata

non sapevo di questa tua svolta no waste! approvo e ti seguo. non avevo mai pensato che le mie scelte potessero diventare un vero progetto. (hai visto il documentario “No impact man”?)

eloisa

Grazie, Eloisa! Non ho visto No impact man, forse dovrei leggere il libro (mi affascina soprattutto la parte delle litigate tra coniugi, se c’è: confesso che l’ultima volta che ho pianto è stato per i rifiuti), ma sono ammirata per tutte le testimonianze che trovo sui blog e soprattutto su Instagram (da Zero waste home, anche su Instagram, a Fort Negrita, a Discardia, a tante persone che anche senza farne un blog o un libro raccontano con le fotografie la ricerca di un modo di vivere più civile). Dunque, sarei curiosa di conoscere meglio anche la tua. Uno dei tuoi propositi, quello di non intrattenersi con lo smatphone davanti ai bambini, allo stesso modo in cui non si fumerebbe davanti a loro, l’ho fatto mio (anche se certo non sono ancora riuscita a metterlo in pratica come vorrei…).

La ricetta (semplicissima) per farsi un caffé al cardamomo. Cfr. Kinfolk

Casomai decideste di aprire una panetteria (io ci sto pensando): ecco un’idea industrial chic dal decimo arrondissement di Parigi. Cfr. http://www.remodelista.com/posts/liberte-a-bakery-with-a-new-aesthetic-paris

Superfood

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Il cibo ormai è un’ossessione per tutti: non so voi ma io non ho il tempo nemmeno di linkare non dico di leggere ogni ricetta - sempre ben fotografata, quasi sempre opera di una donna attraente che abita un mondo fatto di farmer’s market variopinti e pallide cucine ornate solo di mason jar - in cui mi imbatto ogni minuto su internet. Epperò, vi dirò, ora che ne ho lette a migliaia posso dire che non tutto è così originale. Se il cibo oggi più che mai è un’ossessione, i più ossessionati di tutti sono quelli che pretendono di cucinare piatti deliziosi per quanto è possibile senza carne, latte, formaggi, zucchero, soia, glutine, nonché qualsiasi prodotto industriale o contenente additivi chimici. Sono superchef di superfood, reperito ovviamente solo nei mercati locali e in qualche negozietto biologico. Ce ne sono a ogni angolo del mondo, sono spesso donne, io ne seguo alcune, non tutte sono fondamentaliste, spesso raccontano di un passato di disordini alimentari (io direi piuttosto: di ordinaria alimentazione) o di disturbi che le hanno spinte a questa scelta, qualcuna mangia il pesce, qualcuna è vegetariana e usa occasionalmente uova o latte, qualcuna è vegana o persino crudista, però questa è la tendenza. Vivono nella provincia americana, in Canada, ma anche in Olanda o in Danimarca, a Londra come (almeno in parte) Gwyneth Paltrow, che con il suo ultimo libro è diventata la più nota esponente di questo genere, ma anche in Italia, forse. Usano gli stessi strani ingredienti: olio vergine di cocco, ghee, semi di lino e di chia, radici di ogni tipo, germogli, spirulina, quinoa, amaranto, crema di sesamo o di mandorle, quintali di anacardi. Anche le ricette, bellissime come le autrici, dopo un po’ sono quelle, o al massimo una variazione sul tema. La base della pizza fatta con il cavolfiore tritato invece della farina: provata, non è male come immaginereste. I noodles fatti con le zucchine tagliate sottilissime: chi l’avrebbe detto? Squisiti. Il latte di mandorla preparato in casa: buono, anche se non sono mai riuscita a capire bene come riutilizzare tutti quei residui di mandorle (un po’ li ho mangiati sul pane, un po’ li ho congelati ma alla fine erano evidentemente troppi). Formaggio di anacardi: ok. Il cavolo riccio massaggiato: ancora non ho trovato il cavolo giusto. Tutti gli smoothies: non sono ancora riuscita a ritagliarmi quei 15-30 minuti per prepararli (e consumarli). Burger di lupini: sto ancora lottando con un barattolone che ho tenuto a bagno per giorni e poi ho amorevolmente dimenticato in frigo. In mezzo ci sono chili di granola (per colazione), muffin con la farina di mandorle o di cocco più la banana o le patate dolci (a volte riusciti benone ma sempre indicati come ufo dalle bambine e le loro amiche), burger di fagioli neri (veramente impressionanti), vinaigrette con le quali ho imparato a condire le più insormontabili montagne di cereali, semi, verdure che ogni sera anche noi terrestri qui al Flaminio abbiamo per cena. A ogni modo, per gli appassionati del genere Superfood cucinato da donna attraente tra un farmer’s market e qualche mason jar come me, riepilogherò gli indirizzi (occhio soprattutto ai video su Youtube).

From London: deliciouslyella.com (anche su Youtube)

From Sweden/Denmark: www.greenkitchenstories.com (anche su Youtube)

From Canada/Denmark: http://www.mynewroots.org/site/ (anche su Youtube)

From Usa-Tennessee: http://nutritionstripped.com/

From Usa-Northern California: http://theforestfeast.com/ (anche su Youtube)

From Canada: http://ohsheglows.com/

From Sweden: http://www.earthsprout.com/

Gwyneth Paltrow: solo l’ultimo libro (il blog è più eterogeneo)

[Continua]

Pimm’s cup (per berlo come nel Connecticut)

Per una persona

  • Una presa di menta fresca
  • 2 fettine di cetriolo
  • 1 grossa fragola o due medie
  • 2 once (56 grammi ca.) di Pimm’s No. 1
  • 1 spruzzata di limone (fino a 1/2 oncia, 14 grammi ca.)
  • Ginger ale di prima qualità
  1. Mettere fragole, cetriolo e menta nello shaker e pestarli con un pestello o il manico di un cucchiaio di legno. Versare il Pimm’s No. 1, poi il limone. Riempire lo shaker con il ghiaccio e agitare per una buona decina di secondi.
  2. Filtrare a doppio (con il filtro a molla dello shaker più un colino da tè) in un bicchiere da Collins pieno di ghiaccio e completare con il ginger ale. Guarnire con cetriolo e foglioline di menta.

Cfr. Food52

Consigli di lettura: The Forest Feast

Lo stile è un po’ troppo ammiccante per i miei gusti ma le ricette fotografiche sono perfette per chi come me fa fatica a seguire qualsiasi cosa. Questo è il blog: http://theforestfeast.com/ E questo è il libro: http://theforestfeast.com/cookbook (cliccando sulla freccetta trovate anche una foto!)

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La mia torta di compleanno (sempre che riesca a tirarla fuori dalla tortiera)

Cfr. Green Kitchen Stories

Q

Anonymous asked:

Sul riciclo: anche in molto altri paesi d'Europa si usa il metodo del deposito. In Germania, per esempio, quando si compra una bottiglia di vetro o di plastica si paga anche la Pfand (deposito). Quando non si utilizza più la suddetta bottiglia, la si riporta al supermercato e la si mette dentro appositi contenitori che, in cambio, erogano un buono acquisto da spendere nel supermercato. Se ricordo bene, 25 cents per plastica e poco meno per il vetro. Tom

A

Il mistero è perché il metodo del deposito non si sia ancora diffuso anche da noi. Eppure, almeno per il vetro, una volta si usava anche qui. 

Q

mlledressel asked:

Non sto dicendo ovviamente che Buenos Aires sia un modello ambientalista, però alla fine c'è molta meno immondizia da portare giù. Per povertà molte persone girano il fine settimana collezionando cartone, latta e stracci, quindi non c'è il cassonetto della differenziata ma si fa.

A

Infatti, basterebbe così poco! E invece la raccolta differenziata a Roma è un assurdo: si può separare carta, plastica, vetro e metalli scientificamente ma poi, a meno di non volere girare alla ricerca di contenitori con la differenziata fatta come si deve (infilandoci la testa dentro per esserne certi), puntualmente li si andrà a buttare nei contenitori sotto casa dove la maggior parte delle volte c’è di tutto come nell’indifferenziata. Qui più che altrove è importante rifiutare e riusare più che illudersi di riciclare. Il fatto che i nostri concittadini o l’amministrazione non abbiano ancora imparato a differenziare non è certo un alibi per non fare la raccolta differenziata tout court, ma insomma non ci si può affidare solo a questa, occorre industriarsi e fare di più.

Q

mlledressel asked:

Cara Robba, sul riciclo: sarebbe bello si tornasse al vuoto di vetro rimborsabile. Qui a Buenos Aires per comprare una bottiglia di birra devi portare un vuoto o paghi di più, comprare in lattine non conviene, una mezzolitro costa quasi quanto una bottiglia da un litro. C'è una cosa simile per la Cocacola e le sorelle, vuoti di plastica o di vetro, anche se si usa un po' meno. Per il Mondiale c'è un'offerta: per cinque tappi di birra Quilmes portati al negozio te ne regalano una.

A

Perfettamente inutili, in fondo per coprire le vivande da conservare basta un piatto (e i piatti, peraltro, consentono di impilarle), ma si sa che quasi tutto ciò che è bello in fondo non è mai anche indispensabile. Cfr. Food52

Sempre da Kinfolk, photograph by Carissa Gallo